CHI SONO

Ciao a tutti amici lettori! Mi presento,mi chiamo Veronica e sono l’ideatrice di questo blog. L’idea di crearne uno mio è nata perchè volevo creare uno spazio in cui potevo essere libera di dire ciò che penso,libera di poter mostrare agli altri i miei punti di vista. Conoscete quella sensazione in cui si vuole trovare il proprio posto nel mondo? Se si…ecco,è di quello che sto parlando. Credo che costruire uno spazio dover poter essere se stessi,sia un modo per capire chi siamo e soprattutto chi vogliamo essere. Perchè un blog sui libri? Perchè la lettura è una delle mie passioni,e ritengo che leggere sia uno dei principali modi per scoprire e per conoscere tutto ciò che ci ruota intorno. Ed è proprio questo lo scopo del mio blog. Quello di suscitare in voi la curiosità nel leggere ciò che propongo,che non saranno solo libri sulla “classica” narrativa, ma analizzerò tutto ciò che può ispirarmi! Perchè come sapete anche voi,la lettura è molto vasta. Quindi,fatta questa premessa,magari molti di voi si staranno chiedendo il perchè io abbia scelto questo nome ovvero :”Il portale di sat”. Ebbene,per me nella vita tutto deve avere un senso( Certamente ci sono cose che non si possono spiegare,ma questo lo vedremo più avanti…). Quindi anche la scelta di questo spazio virtuale doveva avere un senso,e in questo caso ha un duplice significato. La prima parola “portale”come ho detto sopra,è nata dal fatto che volevo creare uno spazio tutto mio e questo blog è come se facesse da tramite. Come se mi proiettasse appunto in questo mondo. Una specie di universo parallelo per farla breve. “Sat” invece è una parola che proviene dal sanscrito (indiano antico) e vuol dire letteralmente “la realtà delle cose”,ed è questo a cui ambisco. Analizzare e dire ciò che penso. Anche la scelta della parola sanscrita in realtà non è casuale,poichè (per chi non lo sapesse)la nostra lingua,o meglio il latino,ha molto a che fare con essa,in quanto tramite degli studi di comparazione fra lingue antiche diverse sia per spazio che per tempo,è stato scoperto che esse derivano da una lingua comune antichissima di cui non si hanno testimonianze, chiamata “Protolingua” o lingua madre. Detto questo,se il mio blog vi piace,vi invito ad iscrivervi e a lasciare sempre commenti,in modo tale che io possa interagire con voi, e perchè no,creare spunti di riflessione,o aiutare e assecondare qualche vostra richiesta! Grazie per l’attenzione,un saluto!

La vostra Veronica

Una stanza tutta per sé (Virginia Woolf)

Permettetemi di cominciare questa recensione esplicitando che questo libro è diverso da tutti quelli che ho recensito fino ad ora e da quelli che recensirò in futuro. L’analisi di quest’opera costituisce la mia tesi universitaria, quindi oltre ad occupare un posto speciale nel mio cuore, rappresenta attualmente l’articolo più importante del blog. Mi sono chiesta se fosse il caso pubblicare il mio lavoro, ma poi ho pensato che io amo fare critica e sarebbe stato un peccato non dare spazio ad un’opera così importante alla quale ho lavorato per molto tempo. Chiaramente tutto questo sarà solo un piccolo riassunto, ma sufficiente per darvi gli spunti essenziali per immergervi nell’opera. Tutto è iniziato da un interrogativo. Che cosa voleva dire Virginia Woolf quando affermava che le donne devono avere una stanza tutta per sé? Non avevo mai letto quest’opera, quindi non ero al corrente del suo contenuto . Ma la mia affinità con l’animo di Virginia Woolf e la mia curiosità nel comprendere il nocciolo dietro tale citazione, mi hanno spinta a proporre la sua analisi. Una stanza tutta per sé è un saggio pubblicato nel 1929. Costituisce una delle opere più importanti della letteratura inglese, in quanto è promotrice del femminismo, e con i suoi temi ancora oggi molto attuali, non si può non considerarla avanguardistica. Ad una prima lettura, il testo può presentarsi in maniera un po’ confusionaria, ma analizzandolo attentamente, ci si rende conto che i temi affrontati sono ben collegati fra di loro. La chiave consiste nel leggere quest’opera immaginando di intraprendere un percorso, perché effettivamente è proprio ciò che avviene. Inizialmente all’autrice era stato chiesto di rispondere ad un quesito, ovvero quale fosse il rapporto fra le donne e il romanzo. Una richiesta molto vaga che lascia spazio a numerose interpretazioni. Di primo acchito infatti, si potrebbe pensare che la richiesta riguardasse un saggio sulle più grandi scrittrici. Oppure su che tipo di romanzi scrivono le donne. Ma Virginia Woolf sceglie di percorrere un’altra strada, sfruttando l’occasione per discutere della condizione della donna, in una società dove vige il patriarcato. Il percorso ha inizio nel momento in cui la narratrice fa visita a due università: quella di Oxbridge e quella di Fernham. La prima, un college maschile, mentre la seconda, un college femminile. Durante queste visite emergono delle differenze fra le due università che lasciano intendere il fatto che una fosse ricca (quella maschile), mentre l’altra fosse povera (quella femminile). Queste differenze portano l’autrice a riflettere e a domandarsi sul perché un sesso fosse più prospero dell’altro. Se anche le donne avessero imparato la grande arte di fare soldi, proprio come hanno fatto gli uomini avrebbero potuto creare fondazioni, istituti, e quant’altro, e la vita di tutte le donne a venire sarebbe stata certamente più avvantaggiata. Avrebbero potuto viaggiare, scrivere, lavorare! Ma, se lo avessero fatto, se le donne avessero lavorato, non ci sarebbero stati figli o nipoti. Virginia Woolf infatti fa notare che, a meno che una donna non avesse degli aiuti, sarebbe stato difficile potersi dedicare ad altro. Partendo da questo presupposto, non posso non fare un paragone con il presente, dal momento che ancora oggi le donne hanno difficoltà a conciliare lavoro e famiglia. Il problema di fondo è che viviamo in una società ancora prettamente maschilista, e benché anche le donne hanno potuto fare il loro ingresso nel mondo del lavoro, purtroppo ancora oggi si assiste ad un clamoroso fenomeno che coinvolge la maggior parte delle famiglie, ovvero la delegazione della cura dei figli unicamente alle madri. Ed è così che ho sviluppato il tema del lavoro e del denaro. Una donna che lavora, e quindi indipendente dal punto di vista economico, ha il potere di potersi dedicare alle proprie passioni, come ad esempio quello della scrittura (ricordiamoci che il saggio ruota attorno alla questione della produzione letteraria). Il tema del denaro infatti, è strettamente connesso con quello della libertà, e una donna libera, che lavora, non corre il rischio di subire violenza economica e sociale da parte del proprio marito. E’ dunque, nella prima parte dell’opera che Virginia Woolf dichiara che una donna per poter scrivere romanzi ha bisogno di denaro e di una stanza tutta per sé. Snocciolata la questione del denaro, bisogna capire cosa significa avere una stanza tutta per sé. Avere uno spazio a disposizione solo per noi stessi delinea due significati. Il primo, ossia quello più evidente, è che rappresenta un luogo libero dalle distrazioni. Un luogo dove potersi estraniare e dedicare alle proprie passioni. Una sorta di “retrobottega” come lo definiva Montaigne, ovvero una stanza in cui isolarsi e stabilire la nostra libertà. Il secondo invece, è più occulto. Alcuni critici fanno notare come il possedere, all’interno della propria abitazione, una stanza privata, come ad esempio uno studio, stabilisca prestigio all’interno della famiglia. Possedere uno studio equivale ad avere un ruolo di potere, di autorità nelle mura domestiche. Non a caso in passato, erano gli uomini a possederne uno nella propria abitazione, e come sappiamo, la nostra struttura familiare proviene dal modello patriarcale. Nella parte centrale dell’opera, tuttavia, si assiste ad una scoperta. Immaginate di continuare il vostro percorso, e di entrare nella biblioteca del British Museum. Ciò che scoprirete è che quanto appreso fino ad ora, non è del tutto veritiero. O meglio, il fatto che le donne non potevano scrivere per mancanza di risorse finanziarie e di uno spazio proprio è in realtà solo la punta dell’iceberg. L’origine di tale impedimento è da ricondurre ad una causa molto più profonda ed intrinseca. Curiosando fra i vari scaffali della biblioteca infatti, per condurre la sua indagine, Virginia Woolf si rende conto che molti libri scritti da uomini parlavano delle donne. Per qualche motivo gli uomini provavano un interesse particolare per l’universo femminile. Eppure la maggior parte presentava un’opinione tutt’altro che positiva nei confronti del sesso opposto. Infatti, ad un certo punto, la scrittrice si imbatte in un libro intitolato “L’inferiorità mentale, fisica e morale della donna” scritto da un certo Professor x (soprannominato così dall’autrice stessa, e io farò altrettanto non svelandovi la sua identità). Nel leggerlo la scrittrice si rende conto che questo testo suscitava in lei una strana emozione negativa, che definisce rabbia. Il punto però, è che lei si era arrabbiata perché il professore stesso era arrabbiato! Vien da chiedersi quindi perché un individuo che possiede tutto: potere, ricchezza, prestigio, sia così arrabbiato. Forse non si tratta di rabbia. Forse dietro questa emozione si nasconde in realtà un disagio. Scagionato dunque il tema della rabbia, si arriva alla teoria dello specchio. Secondo Virginia Woolf, quando l’uomo parla così enfaticamente dell’inferiorità della donna, sta pensando in realtà alla propria superiorità, ed è così che elabora la sua teoria, secondo cui l’uomo proietta la sua immagine nella donna, raddoppiandola. Tutto questo, solo per un bisogno di voler affermare il proprio valore, screditando però quello degli altri. Ma da dove viene, secondo voi, l’origine di tale comportamento? Questa creazione immaginaria di superiorità della quale l’uomo si è vestito, risale al Neolitico nelle società agricole. In questo tipo di società è emersa nel lavoro una differente forza fisica tra uomini e donne, che ha sancito la nascita degli stereotipi, finiti per costituire la norma nella società che ha diviso il genere umano in due categorie: la categoria maschile e la categoria femminile. Il concetto di categoria si collega molto bene alla parte finale del libro. In quest’ultima fase infatti, Virginia Woolf fa un passo in avanti, arrivando alla sua epoca contemporanea. Poiché ora le donne possono produrre opere letterarie, l’autrice è curiosa di osservare il modo in cui esse scrivono, in quanto, secondo lei, la forza creativa femminile è completamente diversa da quella maschile. In questi ultimi capitoli, parlando di forze creative, Virginia Woolf anticipa quella che io definisco teoria del gender. Discutendo erroneamente di caratteristiche biologiche, l’autrice intendeva in realtà parlare di atteggiamenti che possiamo ricondurre al termine “identità di genere”. Se pensiamo al fatto che oggi è ancora difficile comprendere appieno cosa voglia dire avere un’identità di genere, non possiamo non sottolineare la mente innovatrice di Virginia Woolf. E, a proposito di menti, l’autrice offre una soluzione per quanto riguarda la produzione letteraria. Finché l’uomo scriverà solo con la sua parte maschile, o la donna solo con la sua parte femminile, non si raggiungerà mai la perfezione artistica. Ecco perché Virginia Woolf conia il concetto di unità della mente, ovvero l’unione della mente maschile e la mente femminile. Questa unione prevede una collaborazione fra le due forze, affinché nessuna delle due prevalga sull’altra. L’utilizzo di una mente androgina infatti, abbatterebbe definitivamente l’esistenza degli stereotipi, creando di conseguenza una società più libera e felice dove poter vivere.

L’ESTATE IN CUI HIKARU E’ MORTO

Bentrovati cari lettori. Non è da me salutarvi in questo modo, ma dopo tanto tempo che non scrivevo un articolo, mi sembrava appropriato accennare un saluto. Mi mancava tantissimo il mio blog, e non vedevo l’ora di portarvi nuove letture, o meglio, farvi conoscere tramite le mie recensioni cosa sto leggendo. E’ un periodo molto intenso della mia vita, in cui purtroppo non ho molto tempo per libri abbastanza impegnativi, ecco perché mi sto concentrando molto sulla lettura dei manga. Neanche a farlo apposta, ha appena iniziato a piovere… Non può che significare momento migliore per scrivere questo nuovo articolo. Comunque, dicevo… i manga mi stanno appassionando molto. Io li definisco una “lettura leggera”. Oltre che essere divertenti, poco impegnativi, sono anche belli da collezionare, in quanto la maggior parte delle volte sono costituiti da tanti volumi. Per cui, se vi piace leggere e collezionare oggetti, ve li consiglio! Perché tutta questa premessa…? Perché il libro di cui vi parlerò oggi, è proprio un manga. Nuovo nuovo, appena uscito. Non parlerò molto spesso di manga qui nel mio blog, forse molto raramente, poiché onestamente parlando, non è semplice scrivere recensioni basandosi soltanto su un volume. Non è come in un romanzo, in cui abbiamo la storia completa, e quindi tutti gli elementi essenziali per poter fare un’analisi e dare la nostra opinione. Però, per questa volta farò un’eccezione, in quanto il tema di questo manga rientra in quello che è il genere predominante (almeno per ora) delle mie letture riportare qui nel blog. “L’estate in cui Hikaru è morto” è il titolo di quest’opera scritta e disegnata dal magaka Mokumokuren. Intuirete già dal titolo che ci troviamo di fronte al genere horror. Più precisamente, si tratta di un manga seinen (rivolto ad un pubblico maschile, adulto) di target horror, mistero, soprannaturale. Come la maggior parte dei manga, anche questo è stato acquistato da parte mia, senza aver approfondito quella che è la trama, e anzi, ora che ci penso, non avevo dato neanche un’occhiata ai disegni, sebbene, per quanto mi riguarda, incidono molto nella scelta dell’acquisto. Mi è bastato leggere commenti sul gruppo a cui sono iscritta, relativi a questa nuova uscita, come : “morboso”, “sgradevole”, “che mette disagio addosso”, per convincermi a prenderlo. E dunque, da qui, comincia la mia analisi. Purtroppo non ho riscontrato queste sensazioni “negative” avvertite dalle mie compagne di lettura. Sarà che sono abituata a di peggio, ma devo dire che non sono decisamente rimasta impressionata. I protagonisti sono due ragazzi liceali, che vivono in un piccolo paese del Giappone. Yoshiki, il protagonista, ed il suo migliore amico Hikaru. In realtà sembra che tra i due ci sia più di una semplice amicizia, quindi implicitamente ci troviamo davanti ad un BL (boys love). Questo rapporto speciale non è da sottovalutare, ma ci torneremo dopo. Tutto ciò che sappiamo è che Hikaru è, in un certo senso…morto. Yoshiki se ne accorge subito, nota qualcosa di diverso in Hikaru, eppure Hikaru è lì, in carne ed ossa, con tutti i suoi ricordi. L’ultimo ricordo che Yoshiki ha dell’amico, è lui che gli confessa che per il fine settimana sarebbe andato in montagna, ma senza volergli rivelare il motivo. Una montagna non lontana dal loro paese, dove poco tempo prima che morisse, anche il padre dello stesso Hikaru vi aveva fatto visita, nonostante fosse vietato a chiunque di accedervi. Da quel viaggio, Hikaru scomparve per una settimana, per poi essere ritrovato, ma senza memoria di ciò che era accaduto. E’ da quel momento che Yoshiki si rende conto che c’è qualcosa di diverso nel suo migliore amico. Eppure sembra che sia solo lui, l’unico ad essersene accorto. Durante un confronto quindi, Yoshiki gli chiede se Hikaru fosse davvero morto. L’amico, gli confessa che si, Hikaru è morto, e ora lui ha preso il suo posto. Non siamo però di fronte ad una possessione, ma ciò che risiede dentro il suo corpo e la sua mente è un mostro. Yoshiki sa che è sbagliato restare al suo fianco e fare finta di niente, ma…come potrebbe rinunciare a lui? Anche se il lato horror di questa storia non mi ha entusiasmata, almeno per il momento, devo dire che questa nota di amore che sembra circondare le vicende ma che credo sia in realtà il cardine di tutto, mi spinge a proseguire la lettura dei successivi volumi. Al momento non è chiaro quanti siano poiché sono ancora in corso, perciò in caso foste interessati, vi terrò aggiornati!

Déjà Vu

Avete presente quella strana sensazione che proviamo dentro noi stessi quando ci sembra di rivivere un istante della nostra vita? Un evento che in realtà non si è mai verificato ma che viene riconosciuto con il nome francese di “Déjà vu” ovvero “già visto”. Sono molte le persone che hanno sperimentato questa strana sensazione. Di solito si tratta di una percezione che ci fa pensare di essere già stati in quel posto, o di aver già vissuto quel momento. Come sapete, oltre a recensire libri, ho aperto la rubrica del Paranormale, e questo articolo ne farà parte poichè, anche se vi esporrò la spiegazione più razionale di questo fenomeno, prenderò in considerazione anche le teorie più sinistre. Fra queste, quella che più mi piace è la teoria secondo cui il fenomeno del déjà vu si realizzerebbe a causa degli universi paralleli. L’ipotesi dell’esistenza di un multiverso fu presa in considerazione anche dallo stesso Stephen Hawking. In poche parole è come se esistessero tanti pianeta Terra popolati dalle stesse persone che vivono il nostro mondo, compresi noi stessi. Una versione di noi per ogni dimensione. Secondo questa teoria il déjà vu avverrebbe nel momento in cui una versione di noi sta compiendo quell’azione che noi sentiamo appunto di aver già vissuto. Un’altra teoria invece farebbe riferimento alle nostre vite passate e qui quindi entra in gioco il concetto della reincarnazione. Per chi crede nella reincarnazione, con essa si intende la rinascita dell’anima dentro un nuovo corpo fisico. In sostanza ogni volta che moriamo rinasciamo in un altro corpo, quindi in una nuova vita. Sono molte le testimonianze di persone che ricordano di aver vissuto un’altra vita in passato. In questo caso, l’ipotesi della reincarnazione spiegherebbe il perchè sentiamo di aver già vissuto un momento. Semplicemente quell’azione l’abbiamo già svolta nella nostra vita precedente e la percezione di ciò deriva dai piccoli frammenti di ricordi che possediamo. Infine la teoria più plausibile è quella spiegata da dei neuroscienziati. Ogni esperienza conscia che abbiamo è costruita da molte componenti diverse. Quando pensiamo ad un evento, abbiamo la tendenza a considerarlo come un fascio di sensazioni, ovvero vista, suono, ecc. Ma c’è molto di più in realtà. Una componente molto importante che spesso si aggiunge è il senso di familiarità. Questa è generata nella parte profonda del cervello che crea emozioni. La sensazione di riconoscenza si attacca alle esperienze che si abbinano a ricordi memorizzati. A volte la parte del cervello che genera la sensazione di familiarità lo collega a un’esperienza che in realtà è piuttosto nuova. Il cervello cerca quindi di estrarre i ricordi corrispondenti, ma ovviamente non ci sono, da qui la sensazione esasperante di inseguire le ombre. Il fenomeno del déjà vu non sembra essere malsano sebbene si tratta di un piccolo malfunzionamento del cervello. Esso è più comunemente riportato da persone che sono giovani, intelligenti e ben educate. La spiegazione potrebbe essere che i cervelli giovani sono più “sensibili al riconoscimento”, quindi sono più facilmente attivati ​​​​in modalità di familiarità. Tale sensibilità potrebbe essere anche un fattore di intelligenza, quindi il déjà vu potrebbe essere un effetto collaterale di avere un cervello che riconosce velocemente le cose. Nei casi peggiori invece, un déjà vu può anche essere cronico, portando la persona ad essere fermamente convinta di vedere e sentire le stesse cose ogni volta e questa condizione quindi può portare a delle difficoltà sociali. Tra le persone che ne soffrono ci sono alcune che sentono quel senso di familiarità per ogni persona che incontrano e questo li rende pericolosamente fiduciosi degli estranei. Per cui, per concludere, se la prossima volta trovi te stesso a rivivere un’esperienza, non lottare per ricordare la volta precedente. Semplicemente rilassati e aspetta che il momento passi.

VAMPIRE KNIGHT

Vampire Knight è un manga/anime classificato nella tipologia shojo, ovvero una categoria indirizzata principalmente ad un pubblico femminile. Si tratta quindi di un romanzo rosa, mischiato al genere dark fantasy e narrativa soprannaturale. Siamo nel prestigioso Istituto superiore Cross, una scuola con convitto organizzata su due turni per l’insegnamento: di giorno la Day class, di notte la Night class. Vi chiederete…. perchè un collegio dovrebbe impartire lezioni anche durante la notte? Beh, la risposta è semplice. Gli alunni che frequentano la Night class non sono ragazzi come dire… “normali”, ma sono dei vampiri. Non parliamo di vampiri qualunque, ma di ragazzi appartenenti tutti all’aristocrazia. Una cosa che mi piace di questi vampiri, è che rompono completamente i soliti cliché a cui siamo abituati, ovvero i classici vampiri che non possono stare sotto la luce solare, che non invecchiano mai, e che possono nutrirsi solo ed esclusivamente di sangue. In Vampire Knight il mondo è diviso in due: da una parte gli esseri umani, dall’altra i vampiri. Vampiri che a loro volta si dividono in classi sociali. La più alta è la classe A, quella capeggiata dai vampiri puro sangue. Non ne sono rimasti molti, e questo perciò li rende ancora più unici. La classe B è formata invece dai nobili, anch’essi a capo della società vampiresca e delle sue regole, la classe C formata da vampiri appartenenti ad un ceto sociale più basso, ma pur sempre nati vampiri, ed infine le classi D ed E. Coloro che fanno parte della classe D sono tutti umani trasformati in vampiri, ed essendo stati trasformati, finiscono prima o poi sfortunatamente nella classe E, che sta per END. Assetati di sangue, finiscono per perdere la ragione trasformandosi in veri e propri mostri. Soltanto un morso da parte di un puro sangue può provocare tale trasformazione in un essere umano. Ma, a combattere i livelli E e tutti i vampiri che infrangono le leggi, sono gli Hunter, ovvero i famosi cacciatori di vampiri. Il loro compito è quello di stabilire un equilibrio tra le due società. In realtà l’esistenza di questi esseri è tenuta segreta ai più, per cui anche all’interno della scuola gli studenti della Day class sono all’oscuro della reale natura degli studenti della Night. Tutti, eccetto due studenti: Yuki Cross e Zero Kiryu. Yuki è la nostra protagonista. E’ la figlia adottiva del direttore della scuola, Kaien Cross. I suoi primi ricordi risalgono a quando aveva 4 anni, e sono collegati ad un altro personaggio, Kaname Kuran. Un bellissimo vampiro di sangue puro, anch’egli studente dell’accademia. Una notte, quando Yuki era piccola e girovagava da sola sotto la neve, fu attaccata da un mostro, un vampiro molto pericoloso. Stava per ucciderla quando in quel momento Kaname le salvò la vita. Uccise il vampiro e la portò al sicuro nella dimora del direttore Cross. Questo per lei rappresenta il suo primo ricordo. Da subito si nota un profondo legame tra Yuki e Kaname. Lei gli è completamente devota per avergli salvato la vita, mentre lui le si rapporta con una dolcezza e gentilezza disarmante. Dolcezza che riserva solo ed unicamente a lei, tanto da suscitare la curiosità ed anche un po’ di invidia da parte degli altri ragazzi della Night che non capiscono come un vampiro tanto nobile e forte come Kaname, possa provare interesse in una semplice ragazzina umana. A volte è difficile comprendere cosa passa attraverso Kaname. E’ un personaggio complesso, che difficilmente lascia trasparire ciò che ha dentro. Ogni volta che lo guardo mi lascia un senso di profonda tristezza e solitudine, e ad un certo punto anche la stessa Yuki si accorge di quanto lui sia sofferente. Cosa nasconde davvero? Quali saranno le sue intenzioni? Queste sono le domande che si pone Zero, sempre al fianco di Yuki. Zero apparteneva ad una famiglia di hunter, sterminata un giorno da una donna, un vampiro puro sangue. Da quel momento anche lui fu affidato al direttore Cross. A differenza di Yuki, Zero prova un vero disprezzo nei confronti dei vampiri nonostante, ironia della sorte, sia stato trasformato anche lui in uno di loro. Accanto a Yuki, ricopre il ruolo di disciplinare all’interno della scuola, oltre che studente. La sua arma è una pistola dal potere di ferire soltanto i vampiri, mentre Yuki possiede un bastone d’acciaio speciale, chiamato Artemis. Il loro compito è quello di sorvegliare la scuola durante il turno della Night class e di proteggere la loro vera identità. La pace tra questi due mondi è il sogno del direttore Cross, sebbene anche lui in passato sia stato un cacciatore, e non uno qualunque, ma il più grande di tutti i tempi. Personalmente adoro il suo personaggio. E’ un uomo dai capelli lunghi raccolti in una coda, con uno scialle sulle spalle e le pantofole. E’ molto melodrammatico ed ha tutto fuorchè l’aspetto di un temerario. Il suo carattere fa trasparire allegria da tutti i pori, anche nei momenti meno opportuni. Comunque, essendo un manga di genere romanzo rosa ovviamente abbiamo a che vedere con problemi di cuore. Un bel triangolo amoroso con al vertice la nostra Yuki. Ai due lati abbiamo Kaname, da sempre innamorato di Yuki, e Zero, che invece comincia a provare dei sentimenti per lei nel corso del tempo, fino ad innamorarsene anch’egli. Situazione difficile poichè Yuki è molto vicina ad entrambi, infatti al suo posto non avrei saputo chi scegliere. Entrambi bellissimi, magnetici e con una forte personalità. Condividono lo stesso obiettivo che è quello di proteggere Yuki, costi quel che costi. Che dire, voi su chi scommettereste?

COME UN FIORE IN PRIMAVERA (Illa, immagini e parole)

Questa piccola raccolta di poesie nasce dalla mano di Illa, immagini e parole, alias Italia Borzillo. Sette poesie affiancate dal disegno di fiori, anch’essi realizzati direttamente dalla scrittrice. Come sappiamo, le poesie sono sempre state, e sempre lo saranno, un qualcosa di molto intimo e privato. Esse prendono vita dal bisogno del proprio autore di voler condividere una sensazione. La cosa strabiliante è l’effetto soggettivo che tale sensazione suscita in tutte le persone che si imbatteranno in quello scritto. Ma, prima di arrivare a quella che è stata la mia di sensazione, vorrei analizzare gli aspetti concreti che hanno portato alla creazione del libro. Prima ancora di immergermi nella lettura, ricordo di aver osservato il titolo, e la prima domanda che mi sono posta è stata: ” Perché scegliere un fiore?” Cosa ha a che fare questo elemento con il libro? Ebbene, la storia che si cela dietro questa scelta è curiosa! Nella prefazione del libro, troviamo una breve spiegazione su cosa ha spinto l’autrice a voler creare quest’opera. Tutto nasce dal suo desiderio di portare alla luce e mettere per iscritto i suoi sentimenti, le sue emozioni, ma, in modo del tutto originale. Si perché l’autrice non si pone come persona, bensì come un fiore. Questa decisione risiede nel fatto che per l’autrice il fiore è il simbolo della vita. Vita intesa come tempo ciclico. La particolarità che si cela dietro il principio di questa opera, come vi ho accennato poco prima, è la sua storia. Tutto nasce da un esperimento condotto da Illa (mi permetto l’abbreviazione del nome in tono confidenziale). Ella compra una rosa da un fioraio. La pone dentro un vaso e la lascia lì com’è, senza darle acqua per ben sette giorni. Al settimo giorno, la rosa è ormai arrivata alla sua fine, ma, ciò che ha colpito l’autrice, è stato lo stupore nel vedere che nello stato della sua secchezza la rosa è rimasta in vita per molto tempo, (addirittura mesi). Racconta lei, che il suo intento era proprio questo, vale a dire quello di capire quand’è che sarebbe arrivata la sua “vecchiaia”, e quanto una noncuranza può incidere nella vita di un fiore, e di conseguenza nella nostra. Questo è il motivo della scelta come simbolo e impersonificazione del fiore. Proprio come noi esseri umani, composti da anima e corpo, senza cura si arriva alla solitudine, e da essa si è sempre più vicini alla morte. Prima dell’anima e poi del corpo. Infatti è proprio la morte il tema ricorrente in queste poesie. Questo tono malinconico, triste, quasi un totale abbandono alla propria sorte; perché infatti è proprio l’abbandono che ci porta alla morte (ricordiamo anche il caso di Ector ne La Metamorfosi); è ciò che mi ha attratto. Sembrerà una confidenza macabra, ma in realtà si tratta soltanto di vedere la vita da un altro punto di vista. Quello fatto dal dolore, dalla sofferenza, perché la vita è fatta soprattutto di questo. Ci vuole coraggio a mettere a nudo le proprio debolezze, le proprie fragilità, ed ecco il motivo per cui ho apprezzato molto questa raccolta. L’autrice mostra ciò che sente, senza falsare le sue emozioni. La mia poesia preferita fra queste è “Un Grande, Grosso e Spaventoso Granchio”, accompagnata dal disegno della lavanda. Essa comincia dicendo: -“Un raggio di sole sfiora i miei dolci petali, delicati e fragili come neve al suolo. Finché, un giorno, un grande, grosso e spaventoso granchio si accinge su di me. Una lama sento sulla mia corolla, mi ferisce, mi ferisce sempre più nel profondo. E la ferita diventa grande, molto grande, e ancora più grande. Finché, non rimane più niente. Non rimane più niente di me.” E’ una poesia forte, molto tragica, ma anche molto condivisibile. Perché dopotutto seppur la vita non è perfetta, ma anzi, ci pone sempre ostacoli e difficoltà, stiamo lì. Cerchiamo di andare avanti. Finché un giorno, un evento tragico ci cambia per sempre. Ci distrugge e ci rinchiude dentro un vortice oscuro che pian piano ci logora. Questa ovviamente è la mia personale interpretazione. Infatti tendiamo a scegliere ciò che ci piace e lo facciamo nostro. E voi invece, che interpretazione dareste?

L’incubo di Hill House (Shirley Jackson)

Un invito a passare un’intera estate in quella che potrebbe essere una casa infestata. Voi accettereste? Quattro persone, tra cui tre scelte assolutamente non a caso, si ritrovano a soggiornare in una impetuosa casa ottocentesca dallo stile gotico, per registrare l’eventuale esistenza di fenomeni paranormali. Il professor Montague, la protagonista Eleanor, l’erede della casa Luke, e Theodora. Non sappiamo nulla, soltanto che chiunque vi abbia abitato poco dopo ha dovuto abbandonare questa dimora. La sfida sta nello scoprire il perchè. Un perchè che però non si è rivelato. Essendo appassionata di case infestate, ammetto che avevo delle aspettative un tantino più alte riguardo gli avvenimenti che accadono in questa casa. Si perchè Hill House è la vera protagonista del romanzo, ma paradossalmente funge da sfondo per quasi tutto il tempo. In parte va giustificato il fatto che questo è un libro scritto nel 1959, per cui chiaramente ha su di me un impatto decisamente lieve dal punto di vista dello scare, dello spavento. Ovviamente la nostra percezione è diversa, facendo parte di un’altra epoca. Infatti questo romanzo, a differenza di quanto a mio parere accadrebbe oggi, viene considerato come una delle storie di fantasmi più importanti del ventesimo secolo, e ne sono stati tratti anche due film: “Gli invasati” e “Presenze”. Tornando al racconto però, inizialmente ero quasi spazientita per la figura ingombrante di Eleanor. Pagine su pagine stracolme di sue paranoie, insicurezze, che lasciavano poco spazio a tutto il resto. Poi però, verso la fine ho capito… Non è la storia in sè e per sè ad essere il fulcro della narrazione, ma la figura della donna descritta dalla nostra scrittrice. Nei racconti di Shirley Jackson infatti, molto spesso la protagonista rivela un certo disagio nei comportamenti. La difficoltà a relazionarsi con gli altri, l’essere solitarie, il non avere un’ identità integra. Non raramente esse sono anche orfane di madre, come nel caso di Eleanor. Questa rappresentazione trova risposta nella vita privata della scrittrice. Il suo triste rapporto con la madre, la depressione e la difficoltà nel vivere in una società alienante e maschilista in cui si sente prigioniera. Eleanor è quel tipo di persona che si preoccupa continuamente di quello che dice. E’ talmente insicura che ha sempre paura di dare un’immagine diversa da quella che vorrebbe. Fra tutti i componenti del gruppo è lei quella più fragile, e questo secondo me è il motivo per la quale lei è il bersaglio principale dei fenomeni all’interno della casa. Ad un certo punto, cominciano anche a cambiare i comportamenti dei suoi compagni nei suoi confronti, e devo ammettere che in quel punto mi sono sentita anch’io un po’ Eleanor. L’essere esclusa dagli altri, l’essere derisa. Ed è in quel momento che ho compreso le vere intenzioni della scrittrice. Tutta la storia fa semplicemente da contorno in quello che sarà lo sviluppo in diverse fasi del personaggio principale. Per cui, analizzando tutto il romanzo, mi viene difficile parlare della spettralitrà della casa, perchè in fondo di spaventoso in tutto il racconto c’è ben poco. Come genere horror sicuramente poteva esserci molto potenziale, soprattutto se consideriamo l’incipit, ma il racconto prende tutt’altra piega. Nel finale invece seppur drammatico, ho apprezzato l’aver ripreso un dettaglio raccontato a inizio storia, dettaglio importante che ci fa capire l’esistenza effettiva dello spirito o meglio ancora vita propria, della casa.

INK (Alice Broadway)

Immaginate di vivere in un mondo dove tutte le persone hanno tatuaggi. Su tutto il corpo. Tatuaggi che raccontano della loro vita. Immaginate anche che queste persone tatuate rappresentano il bene. La parte d’élite della società, mentre tutti coloro che non hanno tatuaggi rappresentano la parte emarginata. La parte composta dalla “feccia”, da quelli da tenere assolutamente alla larga. Già partendo soltanto da questa premessa, mi viene voglia di fare una prima analisi mettendo a confronto il tema di questo romanzo con la nostra realtà. Ovviamente si tratta di un mondo fittizio quello raccontato nel libro ,non c’è bisogno di precisarlo ,e non solo per la storia, ma perchè, come diceva il mio stimatissimo professore di critica letteraria, “tutto è lecito nel romanzo” per cui qualunque cosa io scriva, seppur sia un racconto verosimile, rimane comunque fittizio. Ma bando alle ciance… dicevo, è curioso il fatto che coloro che nella nostra società sono catalogati come “il diverso”, all’interno di questo libro siano diventati “il normale” e chi invece nella nostra realtà, vita di tutti i giorni, viene considerata come una persona “pulita”, nella storia assume la connotazione opposta. Riflettiamoci. Nella nostra società molto spesso le persone che hanno il corpo rivestito ,decorato di tatuaggi, non vengono viste in modo del tutto positivo. Pensiamo ad esempio,( cronaca molto attuale) all’insegnante di scuola d’infanzia francese licenziato a causa del suo corpo completamente tatuato. Tante volte i tatuaggi non sono ammessi in determinati posti di lavoro. O se in giro, quindi abbandonando la formalità del lavoro, vedessimo un ragazzo o una ragazza con molti tatuaggi, magari anche sul viso… a nessuno verrebbe in mente che quella persona sia una persona un po’ losca, di cui non potercisi fidare? Nessuno storcerebbe il naso? Io non credo. Perchè la nostra società ci ha insegnato a dare dei pregiudizi nei confronti di chi è diverso da noi. Le persone tatuate rappresentano una piccolissima percentuale rispetto a tutto il resto che decide di non farsi “scarabocchiare” la pelle (per essere appunto in tema con il pregiudizio). E insomma, è proprio questa la cosa curiosa. Il fatto che il nostro mondo si ribalta. Per una volta coloro che sono considerati diversi, esuberanti, rappresentano la società perfetta. Coloro che sono dalla parte del bene, che sfoggiano i loro tatuaggi affinchè gli altri possano leggere le loro storie. E per assurdo, coloro i quali scelgono di non tatuarsi, vengono respinti dalla società e dichiarati come i traditori! I ribelli! Gli INTONSI. Dunque, la protagonista di questa storia è una ragazzina di 16 anni, chiamata Leora. L’intera storia ruota intorno ad una clamorosa scoperta. Per capire meglio questo punto, è mio dovere fare delle precisazioni. Non si tratta in realtà di semplici decorazioni, ma questi tatuaggi che vengono incisi sulle persone sono dei veri e propri marchi. Esistono i marchi ufficiali, come ad esempio quello della nascita fatto sul polso, o quello dell’albero genealogico della famiglia fatto sulla schiena. E poi ci sono quei marchi che vengono fatti in base alle nostre esperienze di vita. Positive e negative. Questo significa che se si compie una azione sbagliata, quindi “illegale”, essa sarà marchiata sulla nostra pelle. La nostra pelle dice chi siamo, cosa abbiamo fatto nella nostra vita. E tutto ciò che rappresentano i nostri tatuaggi scaturirà il giudizio finale, ovvero se abbiamo o meno il diritto di essere ricordati. Detto questo, facendo un passo indietro e partendo dal principio, la storia comincia con un evento purtroppo spiacevole: la morte del padre di Leora dopo una lunga malattia. Ed è su quest’ultimo che si concentra la storia dal momento che la clamorosa scoperta riguarda per l’appunto il padre di Leora. Come ho accennato prima, non sempre si ha la facoltà di scegliere quale marchiatura farsi sul corpo. E ce n’è uno che è il più temuto di tutti… il marchio del DIMENTICATO. Un corvo. Esso è rappresentato da un corvo, e chi viene marchiato con esso non avrà il privilegio di essere ricordato. Non è stupida come cosa se ci pensiamo… onestamente, chi di noi vorrebbe essere dimenticato dopo la propria morte? E’ un pensiero che spaventa. Come se non fossimo mai esistiti. Dunque, la terribile scoperta che Leora fa è proprio questa. Suo padre è stato marchiato con un corvo. E’ destinato ad essere dimenticato. Ma perchè? Cosa può aver fatto di così orribile da meritare quel marchio? E’ su questo punto che si basano le vicende della storia. Ma, non sono qui solo per raccontare la trama. Purtroppo ho trovato delle negatività sulla stesura del libro, e quindi vorrei fare qualche appunto. Non mi ergo assolutamente a scrittrice quale non sono, ma da lettrice è doveroso dire la mia sulla fluidità del testo. La morte del padre di Leora, come dicevo prima, è un evento che ci viene presentato da subito. Da lì in poi seguono capitoli in cui viviamo con Leora la sua tranquilla vita quotidiana, e solo ad un certo punto veniamo a conoscenza di questo segreto. Ma anche dopo averlo saputo, è presente una lentezza nello scoprire tutto ciò che lo concerne, in cui la protagonista non sembra voler davvero conoscere i fatti, dal momento che le vengono presentate più di una volta occasioni per saperne di più, o quanto meno per avere un po’ più di sospetto, e invece dopo la scoperta ,tutto continua a svolgersi più o meno in modo tranquillo, finchè verso la fine del libro veniamo catapultati in una serie, quindi non solo uno, di plots twist!! Talmente tanti e tutti insieme che sono rimasta esterrefatta! Ma non è tutto… ciò che manca è ancora il finale, che mi ha delusa un bel po’. Non per il messaggio che si è voluto lanciare, perchè ho apprezzato molto il coraggio e soprattutto la forza e l’emancipazione di Leora. Ma perchè onestamente avrei preferito un seguito, per lo meno una decisione e un quadro-sulle future vicende che saranno successe di lì in poi- più chiaro. Oltre al fatto che avrei voluto uno sviluppo della storia più dinamico.

POLTERGEIST

Esistono tante cose di cui non abbiamo risposta. Tante volte ci domandiamo il perchè accadano cose. Io stessa mi domando continuamente perchè le persone si comportano in determinati modi senza una logica definita normale,e non trovo risposta… ma oggi non parliamo proprio di questo ahah. Lo studio del comportamento umano lasciamolo agli psicologi… ciò che tratterò io invece,sono udite udite “i fenomeni poltergeist”. Vi è mai capitato che qualcosa,qualche oggetto vi si muovesse da solo? Non so,una sedia che si sposta,un libro che cade da solo e voi magari l’avevate posizionato bene… Sicuramente la maggior parte di questi fenomi hanno una causa naturale. Uno spiffero d’aria,una nostra sbadataggine e puff, l’oggetto cade. Il mio stesso armadio la notte fa rumori improvvisi,ma per fortuna sono consapevole che alcuni tipi di legno emettono un rumore simile ad uno scoppiettio. Non chiedetemi perchè, ma è così… Certe volte però questi fenomeni accadono talmente spesso che si inizia a credere ci sia qualcosa dietro a tutto questo. Una o due volte può essere un caso, ma se il fatto persiste allora è evidente che a quanto pare non siamo soli in casa. Il termine “poltergeist” è un termine tedesco e significa propriamente “spirito chiassoso”. Viene indicato per designare rumori inspiegati,movimento di oggetti,rompersi di piatti e altri fenomeni analoghi. Oltre alla già citata causa di queste manifestazioni, ovvero cause naturali,esistono altre due teorie volte a spiegare questo fenomeno. Il primo è quello dell’infestazione. Avete mai sentito parlare di luoghi infestati? Ebbene,la causa dei poltergeist sarebbero da ricondurre ad uno spirito legato in qualche modo al luogo dei misfatti. Spesso,chi è stato vittima di questi fenomeni,facendo qualche ricerca ha scoperto poi che nello stesso luogo dove avvenivano strani episodi,si era consumata una tragedia nel passato,o vi era semplicemente morto il proprietario del luogo. Non sempre si tratta di spiriti cattivi. Nella maggior parte dei casi,si dice che a loro piaccia fare scherzi,o semplicemente lo spostare oggetti è un modo per affermare la loro presenza. Altre volte invece,quando questi fenomeni dall’essere innocui cominciano ad essere più disturbanti,si pensa che magari lo spirito non gradisca i nuovi coinquilini. Specie se la casa appartiene al proprietario deceduto là dentro. La seconda teoria invece punta più sul piano scientifico/psicologico. Infatti si parla di psicocinesi. Dopo molte indagini sul campo ci si accorse che molti fenomeni accadevano puntualmente in presenza di una stessa persona,e quando questa persona andava via,i fenomeni cessavano. Si ricorda infatti,tra le tante analizzate, una indagine resa nota dal ricercatore tedesco Hans Bender. In un ufficio legale, nel 1967, in Baviera, accaddero una serie di fatti inspiegabili. Lampadine che si svitavano da sole ed esplodevano,rumori, bollette del telefono che figuravano telefonate mai effettuate. Quando venne chiamato Bender per indagare sulla faccenda,venne fuori che queste manifestazioni avvenivano soltanto durante le ore in cui era presente l’impiegata diciannovenne Annemarie. Constatò che quando passava lei,le lampadine esplodevano,i lampadari oscillavano,uno schedario di metallo molto pesante si allontanava dal muro,e i quadri giravano su se stessi. Quando Annemarie lasciò l’impiego, tutti questi fenomeni cessarono. Ovviamente non esiste un giudizio obiettivo,però sia gli psicologi che i parapsicologi sono d’accordo su un punto fondamentale e cioè che il poltergeist si concentra caratteristicamente intorno ad un individuo,spesso adolescente affetto da turbe emotive. Rabbia verso i genitori,verso un datore di lavoro o di altri adulti. Insomma incidenti attivati ovviamente in maniera inconscia da adolescenti pieni di risentimento. Essi però avanzano anche un’altra ipotesi,ovvero che i veri e propri rumori e movimenti di oggetti siano dovuti a forze ancora sconosciute alla scienza odierna e convenzionale. Voi da che parte state? Preferite dare una spiegazione logica a tutto o siete d’accordo con me sul fatto che non a tutto c’è una risposta?

LE RELIGIONI OCCULTE

Con questo articolo si dà inizio alla prima rubrica di questo blog,ovvero la rubrica del PARANORMALE. Possiamo definirla come una sorta di raccolta in cui io non consiglierò libri,ma parlerò semplicemente di vari argomenti che riguardano questo fenomeno. Oggi comincerò parlandovi,come vedete nel titolo,delle religioni occulte. Se vi siete mai interessati all’occulto,saprete che essa è una “scienza” che studia come dice il termine stesso,tutto ciò che è nascosto e che ha a che fare con il soprannaturale. Occulto infatti significa nascosto,quindi ciò che è dietro le cose,ciò che è dietro la realtà che ci circonda. Molti popoli antichi,come ad esempio gli egizi,facevano uso delle pratiche occulte. Infatti possiamo anche definirlo come un insieme di pratiche che spaziano dalla magia,all’alchimia,all’astrologia,allo spiritismo,e alle percezioni extrasensoriali. Per capire meglio,oggi inizieremo dalla parte spirituale di questa scienza,ovvero dalle varie religioni che ne fanno parte. La prima di queste è la Teosofia. La teosofia è un complesso di idee filosofiche e religiose incentrate sul tentativo di accedere alla realtà spirituale al di là dell’esistenza materiale. E’ una religione sostanzialmente molto simile al buddhismo. Crede in un unico principio che è alla base di tutti i fenomeni dell’universo. Questo principio comprende i duplici aspetti di spirito e materia, vita e forma, positivo e negativo. Facendo parte del tutto,l’uomo si va evolvendo verso la perfetta manifestazione delle caratteristiche divine latenti in lui. Ogni stadio più elevato porta una maggiore conoscenza dell’universo,visibile e invisibile, e più elevati poteri psichici e morali. L’aumento dei poteri dell’uomo è un processo lento,che richiede ripetute reincarnazioni. Le scelte fatte durante la vita determinano la condizione dell’anima nell’incarnazione successiva,secondo il principio del karma. Le anime che riescono a liberarsi definitivamente dal ciclo delle rinascite possono ritornare sulla terra,dove alcune fondano delle grandi religioni,che condividono tutte gli stessi insegnamenti fondamentali. Questo movimento è nato nel 1875 fondato da Elena Petrovna Blavatskij e Henry Steel Olcott,entrambi occultisti. La seconda religione occulta è la Wicca. Questo termine si dice significhi saggezza,ma probabilmente vuol dire propensione. Le streghe moderne utilizzano questo termine per indicare le loro credenze,abilità e riti pagani. I wiccani sono politeisti,credono in una dea madre che personifica la fertilità della natura e i processi della nascita e della crescita,in un dio con le corna che rappresenta la natura,la morte e l’aldilà, e molte divinità inferiori. Di solito loro non sono portavoce di nessuna dottrina etica al di fuori di un semplice richiamo all’armonia con la natura. Contrariamente a quanto si crede,i moderni wiccani non sono satanisti o adoratori del diavolo,anzi per loro sono solo delle fantasticherie create dal cristianesimo. Alcuni di loro praticano questa religione per conto proprio,altri invece si inseriscono all’interno di coven,conosciute anche come congreghe. Per entrare in queste congreghe è necessario effettuare un’iniziazione che consiste in un giuramento di segretezza e l’adozione di un nome “witch”. Successivamente l’iniziato riceve da una sacerdotessa tutti gli strumenti del mestiere e così diventa ufficialmente un witch (il termine è neutro,viene usato sia per le donne che per gli uomini). Ci sono tre gradi di livello. Quando il wiccano incrementa le sue conoscenze in studi e pratica,avanza di livello diventando regina delle streghe o mago. L’ultimo grado è quello di alto sacerdote o alta sacerdotessa. Appena diventata alta sacerdotessa,questa deve lasciare la sua congrega e crearne una tutta sua. Questo vale solo per le donne perchè le coven sono matriarcali,con all’apice della gerarchia quindi l’alta sacerdotessa. I rituali si fondano sulle invocazioni alla dea madre,agli altri dei e sulle gioiose celebrazioni della vita. Almeno una volta al mese,durante il tempo della luna piena, si celebrano i rituali “esbat” che sono le cerimonie regolari della wicca. I sabba invece sono dei rituali e delle celebrazioni associati alle stagioni. Per quanto riguarda la magia,alcuni coven praticano alcune forme di magia bianca,credendo nell’efficacia dei filtri d’amore,nei rituali di guarigione e negli incatesimi contro i pericoli. La credenza nell’aldilà invece è piuttosto vaga. E’ più comune la credenza nel karma e nella reincarnazione. Tornando indietro nel tempo invece fra le varie sette culturali,abbiamo i famosi druidi. I druidi erano i sacerdoti e la classe colta dei celti della Gallia e delle isole britanniche. Quasi tutto quello che si sa di loro proviene da fonti greche e romane. Molti di loro furono soppressi proprio dai romani,poichè avevano opposto loro resistenza,mentre altri si rifugiarono in Irlanda,terra mai conquistata dai romani. La parola druido viene dal celtico “daur” che vuol dire quercia. La quercia infatti è il loro albero sacro,perciò i loro rituali venivano celebrati nei boschi di querce. Tutti coloro che venivano reclutati a diventare druidi venivano esentati dalle imposte,dai lavori manuali e dal servizio militare. Il loro compito quindi era quello di educare i giovani nobili guerrieri e di perpetuare la loro tradizione orale. Orale perchè secondo Giulio Cesare,i druidi impiegavano molti anni ad imparare versi,e nonostante conoscessero l’alfabeto greco,si rifiutavano di metterli per iscritto. Essi conoscevano l’astronomia,avevano una mitologia e una propria scienza naturale, e insegnavano le dottrine dell’immortalità e della trasmigrazione delle anime. Per quanto riguarda i loro riti,essi erano accompagnati da sacrifici umani. Le vittime venivano bruciate in offerta ai malati o alle persone che dovevano affrontare una battaglia. Molto spesso erano criminali o prigionieri,ma quando non si avevano nè l’uno nè l’altro,allora si usavano persone innocenti oppure animali. Passiamo ora all’ultima ma di certo non meno famosa religione occulta: la religione Vodù. Questa religione praticata ad Haiti,ha in realtà origini africane. E’ una religione a tutti gli effetti,poichè tratta di questioni quali la creazione,gli dei,la morte,e presenta rituali per gli avvenimenti più importanti della vita quali la nascita,il matrimonio,le malattie, e la consacrazione degli hougan,ovvero i sacerdoti. Le divinità principali si chiamano “loa” e ne sono tantissime. Si dividono in buoni e cattivi e risiedono in parti della natura come ad esempio nell’acqua,o all’interno di un animale,in un albero,o nel fuoco. Questi dei ricevono i loro poteri dal Grande Maestro,ovvero il Dio più potente che ha il compito di giudicare le persone e distribuire favori in base alla sua volontà. I loa fanno semplicemente da intermediari. I riti vodù comportano spesso l’invasamento da parte di un loa e rappresenta il momento culminante della cerimonia. Sono presenti anche sacrifici di cibi e animali,con l’accompagnamento di danze,tamburi e canti. A volte viene praticata anche la promiscuità sessuale. Il loa durante la cerimonia può possedere chiunque,dal sacerdote al fedele, e quando esso si presenta, mostra all’invasato la conoscenza del presente e del futuro. Chi viene posseduto può acquisire la voce,i gesti e perfino le caratteristiche fisiche del dio. Esso può indurre la persona a fare cose senza che essa ne abbia la minima responsabilità. Questa religione conserva anche una tradizione magica,con filtri e incantesimi che possono curare la pazzia di una persona,richiamare in vita i morti,far innamorare qualcuno,dargli o toglierli la fortuna,assicurare la morte di un nemico,e così via.

1984 (George Orwell)

Questo libro è stato concepito da Orwell nel 1948,due anni prima della sua morte. Per capire le vicende narrate e quindi il perchè di questo scritto,dobbiamo prima ripercorrere la sua vita. E’ innanzitutto uno scrittore del New Victorian age,ovvero del periodo che segue il vittorianesimo,quindi siamo nel 900. Ci troviamo nella letteratura classica inglese. Nel 900 l’Inghilterra consolidò il proprio potere di Stato attraverso l’espansionismo e la colonizzazione,infatti uno dei paesi principali colonizzati dall’Inghilterra fu l’India. Questo paese divenne il fulcro di tante famiglie che dalla propria terra d’origine emigrarono in questa calda nazione. Il motivo principale fu ovviamente quello economico,ma per le donne inglesi si trasformò in un vero e proprio esilio. Al contrario degli uomini,vissero una situazione di non vantaggio. Si sentivano fuori luogo,il clima molto caldo appesantì ancora di più la loro condizione. Smettono di prendersi cura di sè,interrompono le attività familiari,avviene insomma una disumanizzazione di queste donne che con il trasferimento in questa terra guadagnano il nulla. E’ proprio in India che nasce George Orwell. Riceve una buona educazione in una scuola privata,e dopo aver frequentato il college,nel 1922 diventa un ufficiale nella Polizia Imperiale Indiana dove ebbe il controllo della popolazione locale. Questo ruolo come agente attivo dell’Imperialismo Britannico gli diede inoltre l’opportunità di sviluppare una sua consapevolezza sulla divisione delle classi e un senso di colpa riguardo il colonialismo britannico. Capisce subito che il colonialismo è un fenomeno negativo. Tornato in Inghilterra nel 1927, si dimise dal suo incarico e scelse di diventare uno scrittore andando a vivere tra i poveri. Nei suoi racconti parla della sua esperienza di vita e le sue riflessioni sulla società. Della sua esperienza contro il totalitarismo e il socialismo democratico. Per quanto riguarda “1984” i romanzi di fantascienza generalmente presentavano una visione ideale del futuro,definito utopistico. Questo invece è un romanzo distopico caratterizzato dalla mancanza di speranza. Ci troviamo appunto nel 1984 e il pianeta Terra è suddiviso in tre grandi potenze in guerra fra loro e governate da tre regimi totalitari: Oceania ( uno stato fittizio rappresentato sia dall’Inghilterra che dall’America), Eurasia (Unione Sovietica e i suoi satelliti) e Estasia (tutta la parte est dell’Asia),che approfittano del loro stato di guerra permanente per controllare i loro sudditi. In Oceania la società è controllata da un regime che basa il suo potere sui principi del Socing, ovvero un socialismo estremo il cui capo supremo è il Grande Fratello,un personaggio misterioso di cui nessuno conosce la vera identità e che osserva,spia e controlla la vita di ogni singolo cittadino. Il controllo avviene attraverso delle telecamere che osservano ovunque gli individui: nelle loro case,per strada,negli uffici,nei trasporti,nelle scuole. Non esiste la privacy e non esiste alcuna forma di libertà individuale. Il suo braccio armato è la psicopolizia, che interviene ad un minimo cenno di ribellione o di fronte a comportamenti che vengono considerati sospetti. La propaganda è costante e in ogni angolo della città ci sono dei manifesti che ritraggono il Grande Fratello accompagnato dai motti “la libertà è schiavitù” e “la guerra è pace”. Il protagonista del romanzo è Winston Smith,membro del partito il cui compito è aggiornare costantemente le notizie dei giornali e dei libri,in modo tale da rendere infallibile la strategia del partito. Smith che sembrava avvalorare le regole del partito e il suo controllo soffocante sulla società,in realtà non sopporta questa mancanza di libertà. L’espressione embrionale di questa sua ribellione è un diario che Winston inizia a scrivere il 4 aprile 1984,nel quale raccoglie i suoi pensieri e le sue riflessioni sul Partito,la società ed egli stesso. Winston ha due persone che influenzano la sua vita: Julia di cui è innamorato e che frequenta, malgrado il Partito non voglia relazioni che non abbiano altro scopo che la procreazione,e O’brien,un suo amico. Julia e Winston vivono come possono la loro relazione clandestina e insieme decidono di ribellarsi alle regole del Partito,aderendo ad un’associazione clandestina: “La confraternita”. Qualcuno di loro però non è chi dice di essere,e questo potrebbe mettere in pericolo la vita degli altri. Non vi resta che scoprire quindi chi è il traditore! Scrivendo questo libro Orwell ha voluto mostrare i pericoli del totalitarismo. Ha visto il ruolo che la propaganda ha giocato durante il conflitto,e ha anche visto come la tecnologia potrebbe aiutare le ideologie violente a rendere l’orrore tangibile e pervasivo. Mentre la propaganda ha corrotto il linguaggio e lavorato sulle menti dei cittadini,le tirannie hanno supportato il loro potere sull’incremento dell’alienazione,isolamento e controllo delle vite individuali. Benchè sia un romanzo di fantascienza, Orwell ha usato molti elementi dei governi totalitari esistenti come la disumanizzazione delle persone,il degrado e lo sfruttamento del linguaggio e controllo delle informazioni.